Anchorage come Minsk?
A quasi un anno dall’incontro in Alaska fra Trump e Putin, a Mosca cresce la disillusione. Secondo Lavrov, la Russia è stata ingannata come avvenne con gli accordi di Minsk.

Al recente vertice NATO ad Ankara, in Turchia, il presidente americano Donald Trump ha speso parole insolitamente calorose nei confronti dell’omologo ucraino Volodymyr Zelensky.
L’inquilino della Casa Bianca ha espresso il proprio appoggio agli attacchi ucraini a lungo raggio in territorio russo, affermando che “è un’escalation, ma è anche un’escalation che potrebbe contribuire a portare a una conclusione” del conflitto.
L’incontro amichevole fra i due presidenti è apparso in netto contrasto con la “lite dello studio ovale” consumatasi tra i due all’inizio del 2025 quando Trump aveva da poco inaugurato il suo secondo mandato.
La posizione apertamente filo-ucraina manifestata dal leader americano sancisce il fallimento degli sforzi diplomatici avviati dall’incontro fra Trump e il presidente russo Vladimir Putin ad Anchorage, in Alaska, nell’agosto 2025.
Tali sforzi, volti a giungere a una soluzione negoziata del conflitto, avevano incontrato la netta opposizione di Kiev e dei paesi europei, oltre che di esponenti repubblicani e democratici del Congresso americano.
Lavrov e il paragone con Minsk
Alcune settimane fa, il ministro degli esteri russo Sergei Lavrov aveva affermato di non voler “nemmeno pensare che l’Alaska, proprio come le azioni degli europei, sia stata concepita per guadagnare tempo al fine di riarmare il regime di Kiev. […]Ma in realtà le cose sono andate proprio così”.
Parlando delle “azioni degli europei”, Lavrov si riferiva alle dichiarazioni rilasciate dall’ex cancelliera tedesca Angela Merkel in un’intervista del 2022, secondo cui gli accordi di Minsk sarebbero stati uno stratagemma per permettere all’Ucraina di riarmarsi.
Negoziati da Francia e Germania insieme a Ucraina e Russia nel 2014 e poi nel 2015, gli accordi di Minsk avrebbero dovuto assicurare la permanenza del Donbass sotto la sovranità ucraina garantendo però alla regione un’ampia autonomia.
Le rivelazioni della Merkel hanno suggerito che gli accordi di Minsk fossero in realtà un deliberato inganno per spingere la Russia ad accettare un cessate il fuoco con la promessa di una soluzione pacifica del conflitto, facendo guadagnare tempo all’Ucraina per irrobustire le proprie forze armate.
Questa tesi fu confermata dall’ex presidente francese François Hollande, che aveva negoziato gli accordi insieme alla Merkel.
Intervistato dal Kyiv Independent, Holland sostenne che “sì, Angela Merkel ha ragione su questo punto”.
Egli aggiunse che “dal 2014, l’Ucraina ha rafforzato la sua posizione militare. Di fatto, l’esercito ucraino è completamente diverso da quello del 2014. E’ meglio addestrato ed equipaggiato. È merito degli accordi di Minsk aver offerto all’esercito ucraino questa opportunità”.
Lo stesso Petro Poroshenko, il presidente ucraino che aveva negoziato gli accordi, disse al Financial Times che l’Ucraina “non aveva affatto delle forze armate” e che “il grande successo diplomatico” degli accordi fu che “abbiamo tenuto la Russia lontana dai nostri confini – non dai nostri confini, ma lontana da una guerra su vasta scala”.
Secondo la biografia di Putin redatta dal giornalista Philip Short, Poroshenko disse che aveva firmato gli accordi di Minsk “perché era l’unico modo per fermare i combattimenti, ma sapeva che non sarebbero mai stati implementati”.
Indecisione di Putin?
Lo scorso giugno, dunque, Lavrov ha paragonato le conseguenze dell’incontro in Alaska fra Trump e Putin a ciò che era accaduto con gli accordi di Minsk. In altre parole, secondo Lavrov, la Russia ancora una volta era stata ingannata.
In realtà, l’intesa stipulata ad Anchorage era ancora più debole degli accordi di Minsk. Secondo fonti russe, essa prevedeva che Trump avrebbe spinto Zelensky a ritirarsi dal Donbass, e in cambio Putin avrebbe accettato un cessate il fuoco.
In concreto, Trump non ha mai convinto Zelensky a ritirarsi, mentre allo stesso tempo ha cercato di spingere Putin a dichiarare un cessate il fuoco ancor prima del ritiro ucraino, cosa che il presidente russo non ha mai accettato.
Dal punto di vista di Mosca, un mero cessate il fuoco avrebbe dato luogo ad un conflitto congelato che non avrebbe risolto le cause profonde della guerra, permettendo ancora una volta all’Ucraina di riarmarsi per riprendere le ostilità in un secondo momento.
Malgrado ciò – secondo le voci critiche della linea ufficiale del Cremlino, che si stanno moltiplicando a Mosca – Putin ha proseguito il dialogo con la Casa Bianca anche quando era ormai evidente che quest’ultima non stava esercitando alcuna pressione sul governo di Kiev.
Inoltre, sostengono queste voci, Putin ha mantenuto l’azione bellica in Ucraina entro gli argini della cosiddetta “Operazione militare speciale” senza procedere ad un’escalation, anche quando era ormai chiaro che l’intera Europa si stava mobilitando a sostegno di Kiev e che Washington continuava ad appoggiare l’esercito ucraino a livello logistico e di intelligence.
Sostegno ininterrotto a Kiev
Che la Casa Bianca supporti Kiev a livello di intelligence è confermato dalle recenti rivelazioni del Financial Times, secondo cui gli Stati Uniti hanno aiutato i droni ucraini a lungo raggio a evadere le difese aeree di Mosca ed a colpire in profondità il territorio russo, in particolare con un’ondata senza precedenti di attacchi alle raffinerie petrolifere.
Nei primi sei mesi del 2026, le raffinerie russe sarebbero state colpite almeno 194 volte, un incremento sbalorditivo rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Ma già a dicembre dello scorso anno, il New York Times rivelava che, sebbene ufficialmente la partnership fra Washington e Kiev fosse incrinata a causa della presunta volontà americana di negoziare con Mosca, la CIA aveva continuato a mantenere la propria presenza in Ucraina e contribuito ad orchestrare una campagna di attacchi con droni contro le infrastrutture petrolifere russe.
Trump avrebbe perfino lodato questi attacchi sostenendo che essi gli facevano acquisire potere contrattuale nei negoziati con la Russia.
Anche quando il Pentagono decise di interrompere brevemente la condivisione di informazioni di intelligence con l’Ucraina nel marzo 2025, la CIA continuò a fornire dati a Kiev, in particolare sulle operazioni russe in territorio ucraino.
La CIA fu anche autorizzata ad aiutare gli attacchi ucraini con droni ai danni della cosiddetta “flotta ombra” di petroliere russe nel Mar Nero e nel Mediterraneo.
Il fatto che Washington continuasse a fornire a Kiev i dati di intelligence necessari a colpire le infrastrutture energetiche russe fu confermato dal Financial Times già nell’ottobre 2025, ovvero meno di due mesi dopo l’incontro di Anchorage.
I dati forniti dagli USA includevano la pianificazione del percorso, l’altitudine, i tempi e i dettagli necessari a evadere le difese aeree russe, secondo fonti americane citate dal giornale.
Tali fonti sostengono che Washington abbia anche contribuito a definire la priorità degli obiettivi da colpire. Il quotidiano afferma che Trump avrebbe segretamente appoggiato la strategia di Kiev di attaccare le infrastrutture energetiche della Russia “per far sentir loro [ai russi] il dolore” e ammorbidirne la posizione negoziale.
Diplomazia coercitiva
Gli Stati Uniti, dunque, non sono mai divenuti un mediatore imparziale nel conflitto malgrado le prese di posizione di Trump in questo senso, essendo invece rimasti una parte cobelligerante al fianco dell’Ucraina.
Da quanto esposto sopra emerge che all’indomani dell’incontro di Anchorage, l’amministrazione Trump decise di adottare una “diplomazia coercitiva” nei confronti di Mosca, non dissimile da quella adottata con l’Iran, per spingere il Cremlino ad accettare un cessate il fuoco anche in assenza del ritiro ucraino dal Donbass.
Tale strategia includeva il supporto alla campagna ucraina di attacchi con droni in territorio russo, l’imposizione di sanzioni (decisa anch’essa nell’ottobre 2025) alle due compagnie petrolifere russe Rosneft e Lukoil, le pressioni nei confronti dell’India affinché smettesse di acquistare il petrolio russo, e anche la possibilità di fornire a Kiev missili Tomahawk.
I russi, tuttavia, non sembravano intenzionati a cedere alle intimidazioni. A fine 2025 ebbe poi luogo un evento misterioso quanto inquietante.
Attacco alla residenza di Putin
Il 29 dicembre, il ministero degli esteri russo denunciò che durante la notte uno sciame di droni a lungo raggio (91, per l’esattezza, secondo il comunicato) aveva compiuto un attacco, definito “terroristico”, contro la residenza del presidente russo sul lago Valdai, nella regione di Novgorod.
Tutti i droni erano stati abbattuti dai sistemi di difesa aerea russi, affermò il comunicato che però aggiunse che un’azione così sconsiderata non sarebbe rimasta senza risposta.
La mattina dopo l’attacco, Putin chiamò personalmente Trump per protestare sull’accaduto.
Ore dopo, interrogato dai giornalisti sull’episodio, Trump rispose: “Non mi piace, non mi piace […]. Il presidente Putin me lo ha detto. Stamattina presto ha detto di essere stato attaccato. Non va bene. Non va bene... Non è il momento giusto per fare niente di tutto ciò […] Ero molto arrabbiato per questo.”
Abbiamo visto come gli attacchi ucraini con droni in territorio russo di fatto avvengano con il supporto diretto dell’intelligence americana.
Un articolo del New York Times intitolato “The Partnership: The Secret History of the War in Ukraine”, risalente al marzo 2025, rivelò come il Pentagono e la CIA fossero stati autorizzati già dal presidente Joe Biden, il predecessore di Trump, a compiere attacchi in profondità in territorio russo.
Un dirigente di un servizio d’intelligence europeo, intervistato dal giornale, affermò che gli americani “fanno ormai parte della ‘kill chain’ in Ucraina”. I russi ovviamente ne sono consapevoli.
In occasione dell’attacco alla residenza presidenziale sul lago Valdai, Mosca era convinta che l’intelligence USA avesse preso parte all’operazione.
“Ho detto subito che è impossibile [compiere questo attacco] senza il supporto dei servizi di intelligence [occidentali], in primo luogo la CIA”, aveva dichiarato Aleksei Chepa, vicepresidente della Commissione Affari Internazionali della Duma, il parlamento russo.
Pochi giorni dopo, la CIA avrebbe affermato che l’attacco non era mai avvenuto, o che quantomeno i droni che avevano sorvolato la Russia quella notte non erano diretti al lago Valdai.
Ulteriormente indispettiti, i russi citarono le foto e i video pubblicati dei resti dei droni abbattuti a conferma della loro denuncia. Il 2 gennaio 2026, convocarono un addetto militare statunitense a Mosca per un incontro formale.
Durante l’incontro, un alto ufficiale russo consegnò all’addetto americano quello che identificò come il processore di navigazione recuperato da uno dei droni abbattuti, esortando gli specialisti americani a decrittarne il contenuto.
Il 5 gennaio, dopo aver ricevuto informazioni dalla CIA, Trump disse di non credere che l’Ucraina o la CIA avessero tentato di uccidere Putin nella sua residenza sul lago Valdai.
Tuttavia, proprio a questo attacco ha fatto riferimento Zelensky in una provocatoria lettera aperta indirizzata a Putin a inizio giugno:
“Sentiamo spesso dire che lei si trova a sua agio in questa guerra. Certo, non quando si tratta della sicurezza della sua residenza a Valdai o della sua parata a Mosca. La sua stessa vita le è preziosa”.
Un avversario implacabile
Nel frattempo, due giorni prima della smentita di Trump del 5 gennaio, le forze speciali americane avevano sequestrato il presidente venezuelano Nicolás Maduro e sua moglie, in un blitz a Caracas che aveva provocato un centinaio di morti.
Poche settimane dopo, il 28 febbraio, Israele avrebbe assassinato la Guida suprema dell’Iran, Ali Khamenei, ancora una volta con l’aiuto della CIA.
Gli attacchi ucraini ai radar di allerta precoce del sistema russo di rilevamento di potenziali minacce nucleari, ed alla flotta di bombardieri strategici (un elemento chiave della triade di deterrenza nucleare di Mosca) – operazioni anch’esse condotte con il probabile supporto dell’intelligence occidentale – costituiscono un ulteriore campanello d’allarme per il Cremlino.
Il recente fallimento del Memorandum d’intesa fra USA e Iran conferma, agli occhi delle leadership non occidentali, che per Washington l’unica trattativa degna di essere portata avanti è quella che conduce alla resa dell’avversario.
Le operazioni di decapitazione condotte ai danni dei vertici governativi in Iran e Venezuela costituiscono un monito per Mosca e Pechino, il quale sembra indicare che gli Stati Uniti non accettino compromessi né soluzioni di convivenza con i propri avversari.
A Mosca, molti sono ormai convinti che l’apertura di Anchorage è stata l’ennesimo inganno. La via del negoziato sembra preclusa. Resta da decidere come fronteggiare i crescenti attacchi condotti dall’Occidente contro la Russia per mano ucraina.



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