Venezuela: Trump pone la pietra tombale sull’ordine internazionale “basato su regole”
L’apparente successo tattico di Trump in Venezuela potrebbe trasformarsi in un fallimento strategico. Nel frattempo il prezzo da pagare è un mondo molto più pericoloso e imprevedibile.

L’azione che ha portato alla cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro e di sua moglie Cilia Flores è molto probabilmente un segno di debolezza piuttosto che di forza da parte dell’amministrazione Trump e degli Stati Uniti.
Tale azione è indicativa di una superpotenza che ha ormai esaurito ogni riserva di soft power (essenziale per la preservazione di un’egemonia a lungo termine) ed è costretta a ricorrere alla nuda forza per imporre la propria volontà, con i contraccolpi negativi che ciò inevitabilmente comporta.
Ma, a ben vedere, quest’azione denota anche tutti i limiti della residua forza a cui gli Stati Uniti sono in grado di ricorrere.
Se infatti si guarda al di là del blitz che ha portato alla cattura di Maduro, apparentemente impeccabile nella sua brutale esecuzione, ci si rende conto di non essere di fronte a un’operazione di cambio di regime, bensì al mero tentativo di “addomesticare” un regime avversario attraverso il sequestro del suo leader, e la minaccia di un reiterato ricorso alla forza e dello strangolamento economico del paese attraverso un embargo petrolifero. Un tentativo dagli esiti tutt’altro che scontati.
Gli USA da poliziotto del mondo a gangster
L’illegalità dell’azione voluta dalla Casa Bianca, in base al diritto internazionale e alla stessa legge americana, è stata denunciata perfino da numerosi giuristi ed esperti statunitensi.
Essi hanno rifiutato la tesi della Casa Bianca secondo cui gli USA avrebbero agito per autodifesa, in quanto il narcotraffico non può essere caratterizzato come un attacco armato. Inoltre, il Venezuela non è un paese produttore di stupefacenti ma al più un mero paese di transito.
Dopo la cattura di Maduro, il Dipartimento della giustizia USA ha addirittura ritirato l’accusa secondo cui il fantomatico Cartello “de los Soles”, che secondo l’amministrazione Trump era guidato dal presidente venezuelano, sarebbe una vera organizzazione dedita al narcotraffico.
Nelle 25 pagine dell’atto di imputazione non vi è poi alcuna traccia del fentanyl, la droga sintetica con cui secondo Trump il Venezuela starebbe sommergendo gli Stati Uniti.
La stessa amministrazione Trump si è contraddetta affermando dapprima che la cattura di Maduro era una semplice operazione di polizia, e poi che la Casa Bianca si apprestava a “governare il paese”, ha osservato Jeremy Paul, professore di diritto costituzionale presso la Northeastern University.
La cattura di Maduro è stata preceduta da mesi di rafforzamento della presenza militare USA in prossimità del Venezuela, e da continui attacchi contro imbarcazioni di presunti narcotrafficanti nel Mar dei Caraibi e nel Pacifico orientale, che hanno portato all’assassinio extragiudiziale di più di un centinaio di persone.
A metà dicembre, inoltre, il presidente Donald Trump aveva ordinato un embargo petrolifero totale nei confronti del Venezuela (a tutti gli effetti un atto di guerra), e le forze navali USA avevano cominciato a intercettare le petroliere che trasportano il greggio venezuelano.
Le oscure dinamiche di un sequestro
L’operazione che ha portato al sequestro di Maduro ha messo in evidenza “debolezze” e “omissioni” delle forze armate venezuelane che, secondo osservatori venezuelani ed internazionali, sarebbero frutto di infiltrazioni e accordi sottobanco stretti con esponenti degli apparati di sicurezza e dello stesso governo di Caracas.
Altrimenti non si spiegherebbe come un numero così massiccio di aerei, elicotteri da combattimento e da trasporto statunitensi (si parla di oltre 150) abbia violato lo spazio aereo venezuelano senza incontrare la minima resistenza (non bisogna dimenticare che l’esercito di Caracas è massicciamente armato, e dotato di caccia e sistemi di difesa aerea).
Nei mesi passati erano emerse notizie di trattative in corso fra la vicepresidente venezuelana Delcy Rodríguez, che ha assunto le redini del potere dopo la cattura di Maduro, e l’amministrazione Trump.
Attraverso la mediazione del Qatar, la Rodríguez si sarebbe offerta come alternativa “più accettabile” rispetto al presidente venezuelano. Questa versione dei fatti è tuttavia messa in dubbio da altri.
Secondo il New York Times, una fonte della CIA all’interno del governo di Caracas avrebbe monitorato gli spostamenti di Maduro nelle settimane precedenti il sequestro.
L’agenzia di intelligence americana avrebbe reclutato informatori nella cerchia più ristretta del presidente venezuelano, sulla cui testa Washington aveva posto una taglia di 50 milioni di dollari.
Il generale Dan Caine, capo degli Stati maggiori riuniti ed ex direttore degli affari militari presso la stessa CIA, ha affermato che Maduro era osservato così da vicino che gli agenti americani sapevano anche quali animali domestici avesse.
Il rapporto simbiotico esistente fra l’agenzia di intelligence e l’élite economica USA pronta a trarre profitto da un cambio di regime a Caracas è esemplificato dal post con cui Enrique de la Torre, ex capo delle operazioni della CIA in Venezuela, ha promosso le attività della sua società di lobbying a supporto degli investitori disposti a partecipare alla ricostruzione del settore energetico venezuelano, subito dopo la cattura di Maduro.
Petrolio per salvare il dollaro?
E’ innegabile che il petrolio venezuelano sia un obiettivo centrale dell’operazione americana.
Lo stesso Trump ha affermato che le compagnie statunitensi sarebbero andate in Venezuela a “riparare le infrastrutture petrolifere e iniziare a fare soldi per il paese”, aggiungendo che “avremo una presenza in Venezuela per quanto riguarda il petrolio, estrarremo un’enorme quantità di ricchezza dal sottosuolo”.
Parole simili sono state pronunciate dall’ex direttore della CIA Mike Pompeo, secondo il quale “tutte le nostre grandi compagnie energetiche possono andare in Venezuela e costruire un modello economico capitalistico”, e dal consigliere di Trump Stephen Miller, il quale ha dichiarato apertamente che il petrolio venezuelano appartiene a Washington, e ha descritto la nazionalizzazione dell’industria petrolifera da parte di Caracas come “un furto”.
Trump ha anche minacciosamente aggiunto che un’eventuale occupazione americana del Venezuela “non ci costerebbe un penny” perché gli USA sarebbero rimborsati dal “denaro proveniente dal sottosuolo”.
Secondo diversi osservatori, la requisizione di risorse come il petrolio venezuelano potrebbe servire, nei piani dell’amministrazione Trump, per impedire un collasso del dollaro.
Il Venezuela, ritenuto in possesso delle maggiori riserve petrolifere al mondo, a seguito delle sanzioni americane vendeva il proprio greggio in yuan, euro e rubli.
Lo stesso ambasciatore USA presso le Nazioni Unite, Mike Waltz, ha apertamente dichiarato al Consiglio di Sicurezza che “non possiamo continuare ad avere le più vaste riserve energetiche al mondo sotto il controllo di avversari degli Stati Uniti”.
L’acquisizione americana del petrolio venezuelano potrebbe, secondo i piani della Casa Bianca, contrastare il processo mondiale di dedollarizzazione favorendo la sopravvivenza del sistema dei petrodollari inaugurato da Kissinger all’inizio degli anni ’70 del secolo scorso.
L’imposizione del dollaro come valuta per la vendita del greggio crea una domanda artificiale del biglietto verde sostenendone l’egemonia.
Una scommessa difficile da vincere
Vi sono però numerosi ostacoli a una rapida rinascita dell’industria petrolifera venezuelana sostenuta dalle compagnie americane.
In primo luogo va ridimensionata la reale entità delle riserve venezuelane. Sulla carta, esse ammontano a oltre 300 miliardi di barili, circa il 17% delle riserve mondiali, una quantità leggermente superiore a quella detenuta dall’Arabia Saudita.
In concreto, però, i tre quarti di questo ammontare sono costituiti da greggio extra pesante della cintura dell’Orinoco, estremamente viscoso e con elevato contenuto di zolfo e metalli, molto costoso da recuperare e lavorare.
L’estrazione di questa tipologia di petrolio risulta economicamente sostenibile solo se il greggio viene venduto a prezzi molto elevati.
Inoltre, l’industria petrolifera venezuelana è in condizioni pessime. Decenni di sanzioni americane hanno impedito qualsiasi investimento e ogni rinnovamento delle infrastrutture.
Secondo Bloomberg, rilanciare il settore energetico venezuelano è “una scommessa da 100 miliardi di dollari”. Le compagnie statunitensi dovrebbero investire decine di miliardi nel paese per almeno un decennio (se non per diversi decenni).
Ma attualmente solo la Chevron è presente sul territorio venezuelano, e la maggior parte delle compagnie è restia a spendere denaro in un paese dalla stabilità incerta, e generalmente ostile agli Stati Uniti.
Anche il Wall Street Journal rileva che ai prezzi correnti, e con l’attuale domanda petrolifera, un investimento del genere è impraticabile.
L’acquisizione del petrolio venezuelano è dunque difficilmente un “game changer” sul breve e medio periodo per Washington.
Controllare l’emisfero occidentale
Gli obiettivi statunitensi tuttavia si spingono al di là del mero controllo del greggio.
L’attacco USA al Venezuela fa parte di un più ampio disegno, chiaramente enunciato nella recente Strategia di Sicurezza Nazionale (SSN) dell’amministrazione Trump, il cui obiettivo è riprendere il controllo del continente americano.
La SSN non rinuncia all’impero statunitense, come qualcuno ha ipotizzato, ma riconosce la necessità di una sua ristrutturazione per risolvere le contraddizioni economiche che lo hanno portato sull’orlo del collasso.
Il documento afferma esplicitamente che le élite di Washington hanno sopravvalutato la capacità americana di finanziare simultaneamente le spese interne dello stato e il massiccio apparato militare, diplomatico e di intelligence necessario a preservare l’egemonia USA.
Da un lato, tale documento chiede dunque agli alleati degli Stati Uniti di assumersi una parte dei costi. Dall’altro, invoca apertamente la Dottrina Monroe, articolata secondo il cosiddetto “Corollario Trump”.
Nella sua forma originaria, enunciata dal presidente James Monroe nel 1823, tale dottrina ammoniva le potenze europee a non interferire negli affari delle nazioni indipendenti emerse nell’emisfero occidentale.
Nel 1904, Theodore Roosevelt l’aveva reinterpretata trasformandola in uno strumento per giustificare l’interventismo USA nel continente americano.
Il Corollario Trump sancisce il ritorno alla Dottrina Monroe così interpretata, sulla base di principi chiaramente enunciati nella SSN:
“Vogliamo assicurarci che l’emisfero occidentale rimanga ragionevolmente stabile e sufficientemente ben governato da prevenire e scoraggiare la migrazione di massa verso gli Stati Uniti; vogliamo un emisfero i cui governi cooperino con noi contro i narcoterroristi, i cartelli e altre organizzazioni criminali transnazionali; vogliamo un emisfero che rimanga libero da incursioni straniere ostili o dalla proprietà straniera di risorse vitali, e che supporti catene di fornitura essenziali; e vogliamo garantire il nostro accesso continuato a posizioni strategiche chiave.”
La SSN chiarisce ulteriormente che
“I termini dei nostri accordi, soprattutto con i Paesi che dipendono maggiormente da noi e sui quali abbiamo quindi maggiore influenza, devono prevedere contratti a fornitore unico per le nostre aziende. Allo stesso tempo, dovremmo fare ogni sforzo per estromettere le aziende straniere che costruiscono infrastrutture nella regione.”
In altre parole, il documento sancisce il supposto diritto delle compagnie americane a controllare tutte le risorse naturali strategiche del continente, inclusi i minerali essenziali e le terre rare.
Espellere Pechino dal continente
Allo stesso tempo, esso prevede la creazione di catene di fornitura che estromettano completamente la Cina dall’emisfero occidentale, e riconosce che permettere a potenze esterne di accedere “al nostro emisfero” è stato un errore (“negheremo ai competitori non-emisferici la capacità di posizionare forze o altre capacità ostili, o di possedere o controllare asset strategicamente vitali, nel nostro emisfero”).
Riconoscendo la difficoltà a riportare la produzione interamente sul territorio statunitense, la SSN parla di “near-shoring” in America Latina, ovvero di sfruttare la manodopera latinoamericana a basso costo per fabbricare i prodotti necessari agli USA escludendo la Cina.
Ciò è considerato necessario non solo per espellere Pechino dalle catene di fornitura del complesso militare-industriale statunitense, ma per un più generale decoupling degli Stati Uniti dalla Cina.
A proposito del Venezuela, il segretario di Stato Marco Rubio ha dichiarato apertamente che “ciò che non permetteremo è che l’industria petrolifera venezuelana sia controllata da avversari degli Stati Uniti”, aggiungendo che “questo è l’emisfero occidentale, è qui che viviamo, e non permetteremo che l’emisfero occidentale diventi una base operativa per avversari, concorrenti e rivali degli Stati Uniti”.
Naturalmente, la SSN non prevede reciprocità, ovvero non presuppone un corrispondente disimpegno americano dalla parte non occidentale del globo.
Picconamento dell’ordine internazionale
Al contrario, come ha dimostrato il recente sequestro della petroliera Marinera da parte di forze USA nell’Atlantico settentrionale a più di 5.000 km dalle coste statunitensi, o l’abbordaggio di una nave da carico diretta in Iran nell’Oceano Indiano lo scorso novembre, Washington sta trasformando le rotte commerciali in un potenziale campo di battaglia.
L’interdizione unilaterale di navi commerciali costituisce una violazione della libertà di navigazione, un principio basilare del diritto marittimo internazionale, sancito dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare.
Il sequestro del presidente di una nazione sovrana e pacifica, attraverso l’uso della forza militare, ancora una volta fa strame del diritto internazionale ponendo la pietra tombale su quello stesso ordine mondiale di cui gli Stati Uniti si ergevano a difensore.
Che la Casa Bianca stia smantellando tale ordine è confermato dalla recente decisione americana di uscire da decine di organizzazioni internazionali, inclusi 31 organismi ONU.
Con la rivendicazione della Groenlandia nei confronti di un paese alleato, e membro NATO, come la Danimarca, gli Stati Uniti finiscono di distruggere anche il cosiddetto ordine internazionale “basato su regole”, quel sistema diseguale abitualmente invocato da Washington, che distingueva fra stati “legittimi” e “illegittimi”, imponendo ai secondi norme ben più draconiane che ai primi.
Ciò che rimane è solo l’unilateralismo e la legge del più forte.
Lo stesso Trump ha dichiarato apertamente, in una recentissima intervista al New York Times, di non aver bisogno del diritto internazionale, e che solo la forza di una nazione dovrebbe essere il fattore decisivo quando gli interessi di diversi paesi entrano in collisione.
Alla domanda se esista un limite alla sua capacità di usare la forza militare degli Stati Uniti, il presidente americano ha risposto che “c’è una cosa, la mia moralità, la mia mente. E’ l’unica cosa che può fermarmi”.
Un simile approccio, tuttavia, è destinato a suscitare resistenze a livello globale, non solo tra gli avversari, ma tra gli stessi alleati degli Stati Uniti. Inoltre, i risultati finora ottenuti da Washington sono limitati e tutt’altro che definitivi.
Gli USA non controllano il Venezuela
Come già accennato, l’amministrazione Trump non ha effettuato un cambio di regime in Venezuela. Sta solo tentando di “addomesticare” un regime tramite un blocco navale e la minaccia di un rinnovato uso della forza dopo aver sequestrato il suo presidente.
Questo atteggiamento susciterà crescente opposizione all’interno di un paese che storicamente considera gli USA come una potenza coloniale ostile.
Ciò a sua volta rischia di risucchiare progressivamente Washington nelle dinamiche interne del paese, determinando una progressiva destabilizzazione di quest’ultimo e un crescente impantanamento americano nella crisi.
L’alternativa è un fallimento della missione della Casa Bianca, che potrebbe essere favorito anche da una crescente opposizione negli Stati Uniti alle spericolate politiche di Trump.
Il proposito di espellere la Cina dal Venezuela non è di facile realizzazione, visto che è la tecnologia cinese a far funzionare il settore energetico di Caracas. E in ogni caso, sebbene Pechino importi circa il 60% del greggio venezuelano, esso ammonta a un mero 4% del fabbisogno petrolifero cinese.
Ancor meno scontato sarà estromettere la Cina dall’intero continente americano.
A livello regionale, Cuba e Colombia vedono l’azione statunitense come una minaccia esistenziale, ma anche paesi come il Brasile considerano negativamente il tentativo dell’amministrazione Trump di imporre l’egemonia USA sul continente sudamericano.
Come ha osservato Jon Alterman del Center for Strategic and International Studies (uno dei think tank più importanti a Washington), non solo avversari come Russia e Cina, ma perfino alleati come il Canada e i paesi europei, sentiranno il bisogno di guardarsi dall’ostile unilateralismo americano.
Ciò significa che l’apparente successo tattico di Trump in Venezuela potrebbe trasformarsi in un fallimento strategico. Nel frattempo il prezzo da pagare è un mondo molto più pericoloso, instabile e imprevedibile.



Ottimo sunto di questa prima pazza settimana del 2026 ("Cominciamo bene!", come si suol dire). Manca solo la risposta Russa di ieri sera all'attacco alla residenza di Putin a Valdai a fine 2025, alla cui accelerazione probabilmente hanno contribuito gli ultimi sviluppi in mare aperto.
In ogni caso, per me il diritto internazionale era già morto e sepolto dall'inizio del genocidio sionista dei Palestinesi a Gaza e gli attacchi successivi di USraele contro Siria, Libano ed Iran. Con le sue ultime azioni (bombardamento di Caracas, rapimento di Maduro e pirateria selvaggia in mare aperto), Trump ha semplicemente messo i puntini sulle i.
Roberto, quanto è verosimile che Maduro sia stato "venduto" da qualcuno del proprio entourage?